Neanche due mesi fa tutti a complimentarsi col governo per l’accordo raggiunto con la Svizzera, che ha posto fine al segreto bancario; senza tener conto che le trattative sono andate avanti per 3 anni e si sono concluse positivamente solo grazie alle pressioni di OCSE e Unione Europea.

Insomma non proprio una vittoria di Renzi e Padoan, ma comunque un passo avanti per la lotta ai reati fiscali, il problema è che l’accordo non prevede controlli automatici immediati, bensì solo a partire dal 2018 e abbiamo già evidenziato che questa situazione fa perdere molto valore all’accordo siglato. Il perché è semplice: fino al 2018 sarà possibile spostare i propri soldi sporchi verso altri Paesi ancora presenti nella cosiddetta “black list” e quindi impermeabili ai controlli delle autorità italiane.

Dal rapporto della Sezione reati economico finanziari (REF) del Canton Ticino però emerge che chi ha soldi “che scottano” in Svizzera ha trovato un modo addirittura più semplice per far sparire il denaro: spostarlo in cassette di sicurezza in mano a fiduciarie e privati. Queste cassette di sicurezza non sono state incluse nell’accordo Italia – Svizzera e non sono nemmeno regolamentate dalla FINMA (l’Autorità svizzera di vigilanza sui mercati finanziari), quindi nessun rischio di incorrere in controlli fiscali.

Questo stratagemma probabilmente non durerà a lungo, e quando ci sarà un intervento legislativo su questo fronte agli evasori non resterà altra scelta che la fuga altrove, dove c’è ampia scelta di paradisi fiscali in cui depositare in tutta tranquillità i propri averi.

Come visto l’accordo Italia – Svizzera, che è stato giusto siglare e che andava fatto tanti anni fa, non risolve i problemi dell’evasione fiscale italiana e il problema è che noi siamo un popolo con una propensione molto alta ad evadere, almeno secondo quanto dice il rapporto del Canton Ticino: “molte inchieste legate al settore finanziario e parabancario traggono origine da fatti o persone legate all’Italia, una delle nazioni europee con il maggiore tasso di criminalità economica”.

Purtroppo il rapporto del Canton Ticino dice il vero, sui reati fiscali c’è ancora molto da fare, lo dimostrano anche i dati sulle inchieste ticinesi: nel 2014 sono state svolte 179 inchieste su reati economici e il 51% dei denunciati è di nazionalità italiana, contro il 39% di nazionalità svizzera e il restante 10% di altre nazionalità.

Al di là del rapporto svizzero bisogna sottolineare che l’Italia negli anni ha fatto troppi condoni, sconti, ecc. dando quindi un’immagine all’interno e all’esterno del Paese di un luogo di “perdizione fiscale”, dove conviene evadere e poi se vieni “beccato” fai un accordo e sei a posto. In altri Paesi europei non c’è accordo che tenga, si restituisce il maltolto e si finisce in carcere.

Secondo una relazione dell’Institut de criminologie et de droit pénal dell’Università di Losanna il rapporto tra detenuti per reati fiscali in Italia e Germania è di uno a 55, in Italia nel 2011 avevamo solo 156 evasori in carcere, pari allo 0,4% della popolazione carceraria, mentre la media europea è del 4,1%.

Fin quando i reati fiscali saranno considerati reati minori l’evasione fiscale non calerà, perché sarà sempre più conveniente rischiare di farsi beccare (o aspettare la solita sanatoria), che non pagare le tasse.